Chiara de Marchi
Mi chiamo Chiara, vivo nella provincia di Padova e sono divulgatrice scientifica, content creator, contributor di GenS, fotografa e molto altro.
La vita mi ha portato a fare scelte sbagliate, una dopo l’altra. Non ho trovato il coraggio di cambiare scuola e fare un liceo scientifico, perché troppo poco brava con la matematica, la fisica e la chimica. Poi ho iniziato a studiare lingue all’Università perché in quegli anni tutti mi dicevano: “se non sai bene l’inglese o il francese non troverai mai lavoro in ufficio”. Questo e molto altro mi hanno allontanato dalla scienza, per quanto, invece, lei mi avesse lanciato tanti segnali!
All’inizio della mia vita universitaria, mi sono ritrovata a fare i conti con una malattia infiammatoria cronica intestinale, la rettocolite ulcerosa. Non so perché scelse proprio me, ma sono convinta che, in minima parte, ciò che non amavo fare mi ha portato anche tanta sofferenza dentro. Il non sapere come dire a me stessa che quella non era la mia vita, era un macigno troppo grande e forse è stato il mio corpo a dirmelo. Così, a quel punto sono esplosa. Ho lottato fino alla fine, ho raccolto informazioni con il contagocce e finalmente ho trovato il coraggio di iscrivermi alla triennale di Scienze Biologiche all’Università di Ferrara, con addosso sempre i pareri contrari alle mie scelte, anche e soprattutto perché dovevo fare la pendolare.
Non sempre però le cose belle hanno un lieto fine. Al secondo anno ho trovato lavoro come assistente alla poltrona, e questo mi permetteva di pagare le rette universitarie. Per un po’ ho retto bene lo stress, la stanchezza, le corse al bagno e le terapie debilitanti. Poi ho cominciato ad accusare i primi colpi: la malattia era lì, in agguato come sempre, e pronta a scagliare nuovamente i suoi fulmini e deliri. Sommersa da una lunga serie di certificati di astensione per malattia, sensi di colpa e sangue nel gabinetto, ho dovuto prendere una scelta, ancora. La scelta più dura di tutta la mia vita. Ho dovuto mollare tutto. Scienze biologiche era l’ennesimo segno rosso nella lunga lista di fallimenti. Così come la ricerca, l’Erasmus, lavorare in laboratorio, divulgare la scienza. E le terapie fallivano con me. Ho raschiato molto quel fondo, poi ho deciso di risalire, grazie anche ad un farmaco che mi ha dato la possibilità di pensare nuovamente al mio futuro. Ci sono voluti tre figli, un marito, una casa e tanti progetti lavorativi realizzati, per decidere di riprendere in mano ciò che mi faceva battere forte il cuore.
Se mi avessero detto che in un anno avrei sostenuto più di dieci esami tra malesseri, malumori e una famiglia numerosa da portare avanti, non ci avrei mai creduto. E invece sono qui, ad un passo dal traguardo, con altrettanti sogni e speranze. È vero, ci sono stati momenti in cui ho camminato con passi incerti, sentendomi in qualche modo diversa dagli altri, più lenta, fuori dal mio tempo massimo. Poi ho scoperto che in questa diversità risiede la mia forza e la mia unicità e ho imparato che l’orologio della vita non batte sempre allo stesso ritmo per tutti. Gli anni che ho vissuto in malo modo a causa della malattia e la mia scelta di avere una famiglia o “andare a ritroso” non determinano il mio valore, anzi arricchiscono la mia esperienza.
E sono sicura che se avessi avuto qualcuno che mi avesse detto “tranquilla, anche io ho avuto queste difficoltà, ma non mollare, puoi farcela, perché ce l’ho fatta anche io!” ovviamente sarebbe stato tutto più facile e avrei avuto maggiore fiducia in me stessa e nelle mie aspirazioni.
Non smettete mai di avere fiducia in voi stesse e nelle persone che condividono i vostri ideali, e ricordate che non siete sole, noi di Generazione STEM, ad esempio, ci siamo!